Le tasse della California e lo scontro fra modelli sociali

Per sostenere il proprio modello sociale, il governatore della California, Jerry Brown, ha cercato conforto in un testo non molto in voga nel suo stato, il Vangelo: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”. Un eufemismo per spiegare ai cittadini della California che tassare i più ricchi con una patrimoniale di fatto non solo è l’unico modo per sistemare i conti, ma è un atto che risponde ai supremi criteri della giustizia sociale.
13 AGO 20
Immagine di Le tasse della California e lo scontro fra modelli sociali
Per sostenere il proprio modello sociale, il governatore della California, Jerry Brown, ha cercato conforto in un testo non molto in voga nel suo stato, il Vangelo: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”. Un eufemismo per spiegare ai cittadini della California che tassare i più ricchi con una patrimoniale di fatto non solo è l’unico modo per sistemare i conti, ma è un atto che risponde ai supremi criteri della giustizia sociale. Aumentare le tasse per i californiani che guadagnano più di 250 mila dollari l’anno è uno dei pilastri della campagna del governatore democratico in favore della “Proposition 30”, quesito referendario per sistemare il budget dello stato che gli elettori voteranno a novembre.
Il secondo pilastro riguarda l’aumento dell’imposta statale sul valore aggiunto dal 7,25 per cento al 7,50. Brown ha lanciato la campagna per il passaggio del referendum da una scuola di Sacramento, perché l’intendimento della legge è quello di evitare il collasso del sistema educativo, e il governatore ha gioco facile a presentare la “Proposition 30” come una battaglia fra chi difende i privilegi dei ricchi e chi vuole salvare il già ammaccato sistema scolastico. La misura dovrebbe permettere alla California, secondo i calcoli dell’amministrazione, di raccogliere 9 miliardi di dollari soltanto il prossimo anno (la stima del bipartisan Legislative Analyst’s Office è più vicina ai sette miliardi) ed eviterebbe un taglio automatico da oltre 5 miliardi sugli istituti scolastici nel caso il progetto di Brown venisse bocciato. Senza aumenti fiscali per un periodo di almeno sette anni, dice il governatore, centinaia di scuole pubbliche sarebbero immediatamente chiuse e il sistema procederebbe spedito verso un attacco apoplettico. “Cosa facciamo, smantelliamo le scuole? Sospendiamo i pattugliamenti della polizia stradale? Apriamo le porte delle prigioni?”, ha chiesto retoricamente il governatore all’evento che ha lanciato la campagna, dove campeggiava ovunque, anche sul vestitino fatto indossare al cane di Brown, una mela, simbolo del “sì” al referendum.
La campagna per l’approvazione della “Proposition 30” rispecchia il tentativo di salvare il modello sociale dello stato più popoloso e democratico d’America, modello minacciato dal default che incombe sulla California dall’inizio della crisi. E anche da prima, essendo lo stato di Sacramento il precursore dell’apocalisse. Brown vuole uscire dal pantano aumentando le tasse per salvare un sistema reso inefficiente da dosi massiccie di centralismo e burocrazia, e per mettere una pezza nella chiglia del budget senza violare quei dogmi del welfare che anche la Casa Bianca osserva con timore e tremore, nega che esista una terza via. I variegati sostenitori della “Proposition 38” – via alternativa al piano Brown – e il Partito repubblicano si oppongono a una soluzione che salverebbe il sistema educativo, ma senza imporre requisiti di efficienza. La Howard Jarvis Taxpayers Association e decine di membri delle commissioni scolastiche della California vedono dietro l’iniziativa del governatore scopi non troppo occulti: ripianare la bilancia delle pensioni per gli insegnanti, mantenere in vita un sistema che avrebbe bisogno di riforme, evitare di trovarsi professori e studenti in piazza, ovvero mantenere lo status quo.

L’innesto di Paul Ryan
Non è difficile vedere nel caso californiano l’immagine sintetica della battaglia fra modelli sociali che infuria a livello nazionale. L’innesto di Paul Ryan nella corsa elettorale ha ulteriormente approfondito la cesura fra un mondo democratico che in nome della giustizia sociale vuole tassare e imporre patrimoniali per tenere insieme i cocci del welfare, e una parte conservatrice che invece vuole tagliare le tasse per dare una frustata all’economia. Sacramento è stata l’apripista della crisi, è naturale che sul suolo californiano si combatta in modo particolarmente cruento per stabilire quale sia la strada maestra per uscirne. Al governatore Brown riesce meravigliosamente semplice sventolare prospettive infernali in faccia agli elettori spaventati, ma l’America si sta rendendo conto che il suo modello sociale non è l’unico, e forse nemmeno il più efficiente.